Aggiornamento PGRA e PAI

ORDINE REGIONALE DEI GEOLOGI DELLA CALABRIA
FEDERAZIONE ORDINI DEGLI INGEGNERI DELLA CALABRIA
FEDERAZIONE DEI DOTTORI AGRONOMI E FORESTALI DELLA CALABRIA
ORDINI PROVINCIALI DEGLI ARCHITETTI DI
CATANZARO - COSENZA - CROTONE - REGGIO CALABRIA – VIBO VALENTIA
 
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Catanzaro, 31/07/2020 Prot 725/2020_out/ORGC
 
Preg.ma Segretario Generale
Autorità di Bacino Distrettuale
dell’Appennino Meridionale
Dott.ssa Geol. Vera Corbelli
PEC: protocollo@pec.distrettoappenninomeridionale.it
 
Oggetto: aggiornamento del PGRA e del PAI
 
Gli scriventi Ordini professionali:
-           Ordine dei Geologi della Calabria;
-           Federazione degli Ingegneri della Calabria
-           Federazione dei Dottori Agronomi e Forestali della Calabria
-           Ordine degli Architetti, Pianificatori e Paesaggisti delle province di Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia,
 
avendo appreso dell’aggiornamento in corso delle mappe di pericolosità e di rischio alluvioni relative al PGRA, peraltro con applicazione delle misure di salvaguardia per le aree bianche comprese nelle perimetrazioni del “c.d. PAI 2016”, desiderano esprimere preoccupazione per le possibili conseguenze negative che potrebbero determinarsi in mancanza di sostanziali modifiche correttive rispetto agli shape files pubblicati sul sito istituzionale dell’Autorità di Distretto.
 
Riguardo al “c.d. PAI 2016”, relativo alle mappe di pericolosità sia da alluvione sia da frana, fin dalle prime fasi di confronto furono ampiamente discusse tutta una serie di criticità, prontamente segnalate all’ABR in occasione di riunioni (anche formali) e per mezzo di una corposa documentazione. L’ABR ha più volte motivato le proprie scelte “minimaliste” nell’aggiornamento dei Piani con la necessità di procedere rapidamente, oltre che con la scarsità di risorse specializzate disponibili. Gli scriventi ritengono viceversa che, fin dall’adozione originaria del PAI (risalente al 2001), si sarebbero potute impiegare risorse economiche e umane per pervenire, in tempi adeguati, ad aggiornamenti tanto accurati quanto funzionali agli scopi previsti dalla normativa.
 
A titolo esemplificativo, le nuove mappe di pericolosità e rischio alluvione sarebbero state aggiornate sulla base di un reticolo idrografico di dubbia accuratezza, col risultato di ottenere le aste fluviali per sovrapposizione approssimativa di cartografia, senza sufficienti controlli a terra. Ciò comporta, tra l’altro, la classificazione errata di diverse zone del territorio regionale, formalmente indicate come soggette a pericolosità idraulica pur in assenza di impluvi. In alcuni casi, le zone segnalate ricadono in corrispondenza di displuvi o strade comunali, o sono perfino delimitate all’interno di specchi d’acqua.
  
Altre imprecisioni derivano dall’approssimazione con cui venne prodotta la CTR regionale (e i temi da essa derivati). Ma qui occorrerebbe aprire un’ulteriore parentesi dolorosa sul Centro Cartografico regionale, e sulla vitale necessità per professionisti e ricercatori di disporre di una banca dati aggiornata e autorevole riguardante i temi del territorio.
 
Se poi si considera il PAI “frane”, i problemi che emergono hanno evidenti radici di tipo metodologico. All’epoca delle discussioni sul “c.d. PAI 2016”, fu chiaramente sconsigliato l’approccio basato sulle “aree di rispetto” (ottenute con banali algoritmi geometrici, ampliando i poligoni in frana in base a regolette prefissate in modo astratto), motivandone l’inadeguatezza a tutelare l’incolumità di persone e beni anche con esempi tristemente famosi.
 
Fu sottolineata l’importanza di dotarsi – quantomeno – di una zonazione di suscettibilità per tutto il territorio regionale, a scala adeguata, attraverso l’impiego di idonei metodi di analisi geo-statistica (includendo in tal modo anche l’aspetto legato alle frane di neo-formazione). Inoltre, per le mappe inventario, si suggerì di delimitare chiaramente le zone in frana effettivamente “mappate”, e di considerare (con metodi rigorosi, seppur speditivi) il problema del run-out e del run-up. Infine, tra le raccomandazioni vi era quella di attenersi strettamente alla nomenclatura internazionale più consolidata (in versione italiana), per evitare di ingenerare ulteriore confusione concettuale con l’uso improprio dei termini tecnici (come purtroppo avvenuto fin dalla prima stesura, risalente al 2001).
 
Il PAI 2001 costituisce, senza dubbio, un fondamentale passo in avanti nella pianificazione e nella prevenzione del rischio geo-idrologico s.l. e, pur con alcuni limiti derivanti dagli approcci metodologici e dalle modalità di realizzazione, rappresenta un riferimento tecnico di grande rilevanza. Esso però è rimasto sostanzialmente “congelato” nella sua versione originaria per un ventennio, a dispetto della necessità di aggiornamento prevista dalla normativa. Sarebbe, quindi, ora di investire risorse adeguate su un simile strumento di pianificazione, e pervenire finalmente al suo aggiornamento in chiave metodologica per renderlo pienamente funzionale rispetto alle necessità di tutela previste dalla legge.
 
Se per l’aggiornamento relativo alla pericolosità da frana si dovesse ripartire dall’approccio adottato per il “c.d. PAI 2016”, difficilmente verrebbero risolti i problemi già emersi, ma vi sono buone probabilità di ottenere un risultato peggiorativo rispetto alla versione vigente (PAI 2001). Per come è stato realizzato, nel “c.d. PAI 2016” molte zone a elevata pericolosità risultano evidentemente sovradimensionate, con effetti devastanti sulla possibilità di un corretto utilizzo del territorio. Ciò in conseguenza di scelte metodologiche inadeguate e prive della necessaria base scientifica che avrebbe, viceversa, dovuto vincolarne la realizzazione, facendo tesoro delle conoscenze più avanzate in materia di geologia applicata, geo-statistica, idraulica, oltre che di modellazione numerica. Per inciso, le procedure per l’eventuale riclassificazione delle zone “a rischio” sono notoriamente lunghe e onerose (molto più di quanto occorra al burocrate per classificarle a sproposito), con insopportabili ripercussioni socio-economiche.
 
Per quanto sopra accennato, gli scriventi auspicano che la S.V., accogliendo le preoccupazioni rappresentate, voglia considerare la possibilità di sospendere l’iter di approvazione dei suddetti Piani, optando piuttosto per un’approfondita revisione degli stessi (partendo dal PAI 2001) attraverso l’adozione di approcci scientificamente consolidati, magari coinvolgendo le migliori risorse tecnico-scientifiche disponibili in Calabria – a partire dai Centri di Competenza della Protezione Civile nazionale, Istituzioni di Ricerca e Università, e al mondo delle professioni tecniche.
 
In attesa di un cortese riscontro, si porgono distinti saluti.
 
 
ORDINE REGIONALE DEI GEOLOGI DELLA CALABRIA  
(Presidente Alfonso ALIPERTA)
 
FEDERAZIONE ORDINE INGEGNERI DELLA CALABRIA
(Presidente Ing. Carmelo GALLO)
 
FEDERAZIONE DEI DOTTORI AGRONOMI E FORESTALI DELLA CALABRIA
 (Presidente Francesco Cufari)
 
ORDINE DEGLI ARCHITETTI DI
Catanzaro (Presidente Giuseppe MACRI’) Cosenza (Presidente Pasquale COSTABILE) Crotone (Presidente Danilo ARCURI)
Reggio Calabria (Presidente Salvatore VERMIGLIO) Vibo Valentia (Presidente Nicola DONATO)
 
 

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